martedì 4 luglio 2017

FOSSOMBRONE : L'ATTENTATO FALLITO

Il commando di assalto  si era appostato per tutto il mese di luglio sulla collina di fronte al carcere per controllare i movimenti del personale di sorveglianza.  Sarebbe stato composto da 20 persone, divise in 4 gruppi. I primi tre avrebbero dovuto affrontare, con un conflitto a fuoco, i carabinieri che circondavano il carcere 24 ore su 24.  Il quarto commando avrebbe dovuto aprire il varco nel muro di cinta con una carica esplosiva.

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 Aldo Maturo

 
L’assalto al supercarcere di Fossombrone, previsto per il mese di agosto 1982, saltò per il succedersi di eventi del tutto fortuiti. Se fosse scoccata l’ora X, ci sarebbero state molte vittime. Il carcere era presidiato dalle sentinelle e dai carabinieri, che lo circondavano notte e giorno. Un conflitto a fuoco sarebbe stato inevitabile e d’altra parte era stato preventivato anche dai terroristi, come risultò dalla scoperta del piano di attacco. 



Il programma prevedeva un’evasione in  massa di almeno 40 terroristi rossi, quasi tutti ristretti al 2^ piano della sezione di Levante.  L’obiettivo era stato scelto da Sergio Segio, già noto per essere stato uno dei capi di Prima Linea, l’organizzazione terroristica seconda solo alle Brigate Rosse, protagonista di 101 attentati, 39 contro persone fisiche e 16 uccisi. Sergio Segio, elemento di spicco del terrorismo rosso, lasciata Prima Linea, aveva messo in piedi una formazione tutta sua che si poneva come obiettivo prioritario l'evasione dalle carceri italiane dei compagni di lotta armata. Poco più che venticinquenne, con un gruppo di fuoco, aveva già ucciso il giudice Emilio Alessandrini (1979), il giudice Guido Galli (1980) e aveva rivendicato l’omicidio del V.Brig. degli Agenti di Custodia Francesco Rucci (1981). Era stato latitante dal 1977 al 15 gennaio 1983, data del suo arresto a Milano. Oggi Sergio Segio fa lo scrittore, il saggista, e si interessa dei problemi del carcerario in Italia.


L’assalto al carcere di Fossombrone, secondo i piani di Segio, doveva essere il replay dell’evasione portata a termine qualche mese prima (gennaio 1982) al carcere di Rovigo, quando aveva fatto saltare il muro di cinta e fatto evadere quattro brigatiste rosse, fra cui Rosanna Ronconi, anche lei brigatista di spicco e sua compagna di vita. Quel giorno il silenzio intorno al carcere di Rovigo fu rotto da improvvise  raffiche di mitra e dalle esplosioni delle bombe molotov. Erano otto i terroristi del commando, capitanati da Sergio Segio, che stavano facendo fuoco sugli agenti di custodia con fucili d' assalto, mitra e pistole. Avevano messo sotto al muro anche un’autobomba imbottita con dodici chili di tritolo. Quando l’auto scoppiò, un boato scosse la città e nel muro si creò una grossa breccia.

L’onda d’urto investì in pieno, uccidendolo, anche un passante che stava portando a passeggio il suo cagnolino. Dal varco nel muro  uscirono le 4 brigatiste che sapevano e aspettavano l’esplosione.



Nel caso di Fossombrone, la tecnica doveva essere simile. Il commando di assalto – come scriverà lo stesso Segio nel suo libro (Una vita in Prima Linea) - si era appostato per tutto il mese di luglio sulla collina di fronte al carcere per controllare i movimenti del personale di sorveglianza.  Sarebbe stato composto da 20 persone, divise in 4 gruppi. I primi tre avrebbero dovuto affrontare, con un conflitto a fuoco, i carabinieri che circondavano il carcere 24 ore su 24. Erano gli specialisti del Nucleo VEIP (Vigilanza Esterna Istituti Penitenziari, voluta dal Gen.Dalla Chiesa a protezione di tutti e cinque le carceri di massima sicurezza). Il quarto commando avrebbe dovuto aprire il varco nel muro di cinta con una carica esplosiva. L’esito favorevole, considerata la struttura edilizia e logistica del carcere di Fossombrone, sarebbe stato ai limiti dell’impossibile. Unica cosa certa sarebbero state le vittime da entrambe le parti. Dubito che avrebbero raggiunto lo scopo di far evadere i compagni. Il carcere era circondato dai carabinieri ed era presidiato dalle sentinelle, superarmate, giovani, motivate e sempre in stato di massima allerta. Erano continue, in quegli anni, le segnalazioni che mi arrivavano dai Servizi di Sicurezza che mi avvisavano su programmati assalti al carcere da farsi con bombe, auto bombe,  bulldozer, commandi di terroristi ed altre segnalazioni simili. Tutte notizie, spesso in codice, che ci facevano vivere in un continuo stato di fibrillazione psichica, con le giornate che scorrevano modulate su vari livelli di allarme e con l’incognita del giorno dopo.



Loro erano più ottimisti ed avevano previsto l’esito positivo dell’azione  perchè  per nascondere gli evasi  avevano predisposto diversi covi, fittando in incognito appartamenti a Pesaro, Senigallia e Marotta.



Non avevano previsto, però, un incidente di percorso. Il 23 luglio a Milano, all’interno di un bar pasticceria di Via Plinio, c’era stato un controllo di polizia sfociato in un conflitto a fuoco tra alcuni terroristi e la polizia. Oltre ai feriti, era rimasto ucciso Stefano Ferrari, della colonna Walter Alasia, l’organizzazione che con Segio doveva assaltare Fossombrone. Nel corso delle successive perquisizioni, i carabinieri avevano trovato i piani per l’assalto al carcere marchigiano. Il livello di sicurezza nel e intorno al carcere era stato portato al massimo livello. Il Comando Generale dei Carabinieri aveva mandato a presidiare il carcere, in ausilio alle camionette blindate già in uso dal 1977, un veicolo blindato cingolato, un vero e proprio carro armato, che per mesi e mesi, in un clima di guerra anche per il mezzo utilizzato, doveva pattugliare l’istituto e la cittadina, notte e giorno.


I terroristi si resero evidentemente conto che l’assalto sarebbe stato ancora più folle e che le vittime preventivate sarebbero state di certo superiori.



Ma l’idea di un’azione clamorosa non poteva essere accantonata. Ormai conoscevano perfettamente la zona ed avevano a disposizione i 50 chili di esplosivo destinati a Fossombrone.



Si sapeva che a Pesaro era in costruzione il nuovo carcere di Villa Fastiggi, che si presentava come un immenso cantiere di 40.000 mq, alla periferia della città. A un occhio esperto, il nuovo carcere – come tutti quelli di nuova concezione negli anni ’70/80 -  si presentava già con una tipologia strutturale da alta sicurezza : muro di cinta da sei metri, mega recinzione metallica esterna, celle in cemento armato, grappoli di telecamere, etc.



L’attentato non appariva difficile. Meglio lasciare Fossombrone ed indirizzarsi su un carcere-cantiere che, per essere tale, era  accessibilissimo, sormontato solo da gru, pieno di operai di giorno e completamente deserto e abbandonato di notte.



 L’attentato venne portato a termine il 28 settembre 1982.  Il commando fece saltare in aria un pezzo di muro di cinta e l’ala del carcere destinata ad ospitare l’infermeria. Lungo i muri vennero tracciati slogan minacciosi contro lo Stato e le carceri.



I danni furono notevoli ma la risonanza mediatica fu enorme in tutta Italia, in un periodo in cui la lotta armata stava segnando il passo e tutti pensavano che stesse volgendo al termine.